La rana bollita

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“Circola una storiella curiosa sulle rane. Si dice che se ne butti una dentro una pentola d’acqua bollente, d’istinto schizzerà fuori con una zampata per salvarsi la vita. La stessa rana però finirà bollita se la metti in una pentola con l’acqua appena tiepida e la fiamma bassa. All’inizio il tepore sarà addirittura confortevole, ma poi, mano a mano che l’acqua si scalderà, la rana cercherà di adattarsi e si renderà conto del pericolo solo troppo tardi. La temperatura l’avrà resa troppo debole per saltare fuori dalla pentola e, poverella, finirà bollita. Probabilmente si tratta solo di una storiella, tuttavia è una metafora efficace di come talvolta possiamo sopportare situazioni spiacevoli, un giorno dopo l’altro, raccontandoci che in fondo non stiamo poi così male, fino al giorno in cui ci troviamo così stanchi nel corpo e nello spirito da non avere più la forza di reagire.”

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Link del suo blog che vi consiglio di visitare, merita davvero.

Se ti rompi una gamba, hai dolore di stomaco, hai mal di testa o l’influenza, nella maggior parte dei casi, basta una pillola, un po’ di riposo e tutto passa in fretta. Le persone accanto a te riconoscono il tuo malessere, lo vedono, lo giustificano e quindi lo tollerano, per il periodo limitato di tempo che ti serve per guarire.
Ma se i disturbi fisici sono subdoli, recidivi, senza una spiegazione scientifica che giustifichi il malessere (esami nella norma, sana come un pesce, lei non ha niente), accompagnati da stanchezza cronica, malinconia e tristezza, dimagrimento veloce, giramenti di testa, nausea e inappetenza, il quadro si complica. Talvolta la gola si stringe, il cuore impazzisce, si suda abbondantemente, senza nessun motivo apparente che lo giustifichi. Senza nessuna situazione di pericolo imminente.
A volte, semplicemente, sembra di morire.
Ma non si muore, anzi si è sani. E si va avanti così, Ma allora cos’è questa cosa? Perché succede?

“Chi soffre di ansia, di depressione e di altri disturbi affini è un malato colpevole: la società tende a considerare i suoi problemi non come una malattia, ma come una debolezza del carattere. Bella fregatura. Non basta essere malati, finisci pure con il sentirti incapace, inadatto, inadeguato.”

“Io non lo so cosa mi è successo negli anni scorsi. Mi sono sentita a lungo chiusa in una trappola, con la sensazione precisa di non poter fare niente per venirne fuori. Nella mia vita ho fatto degli errori. Qualcuno forse non ne ha mai fatti? Sono andata incontro a diversi fallimenti e ho diversi rimpianti. Ma non credo siano davvero errori e fallimenti a farmi stare così male. La vera trappola, quella che mi ha fatto scivolare in questa palude di malessere e infelicità è la disperazione, il senso di impotenza. Essere disperati non significa necessariamente piangere tutto il giorno, gridare, strapparsi i capelli, meditare il suicidio. Si può essere disperati anche in silenzio, con il sorriso sulle labbra, conducendo una vita normale. Essere disperati letteralmente significa essere privi di speranza. È il senso di impotenza paralizzante che provi quando credi di non potere fare nulla per fare andare le cose nella direzione che desideri, quando credi che la tua capacità di incidere sulla realtà sia prossima allo zero. Io a un certo punto avevo cominciato a pensare che in fondo la mia esistenza non era utile per nessuno; che gran parte delle persone che conosco sarebbero state meglio senza di me; che le cose belle che so di avere dentro, le mie capacità, i miei talenti, non interessano a nessuno, non servono. Non ho niente da dare al mondo, non posso incidere positivamente nelle situazioni in cui mi trovo, sono priva di qualsiasi forma di potere sulla mia stessa vita.”

Marina soffre di ansia e attacchi di panico, da parecchio tempo. Ha alternato periodi di benessere a ricadute. Nell’ultimo periodo capisce che qualcosa non va, gli attacchi si fanno più frequenti, i periodi di benessere più brevi. Per un po’ fa finta di niente come la rana nella pentola, ma l’acqua ormai è bollente. Inizia una sfilza di esami clinici che sono tutti nella norma, va dal suo medico curante e dallo psichiatra, che però la liquidano senza darle grande ascolto. Ansia, depressione, pillolina.

Lei non ci sta, questa volta vuole vederci chiaro, e ascoltarsi. Inizierà così un periodo di profonda attenzione verso i segnali che derivano dal suo corpo e dalle sue emozioni, dando sempre meno peso a ciò che dicono Le ragazze della cantina. Attraverso Le ragazze della cantina, l’autrice raffigura in modo ironico e caricaturale i personaggi dell’inconscio come se fossero una serie di figure alla Inside-Out. Loro si parlano sopra, danno giudizi, consigli non richiesti, urlano, schiamazzano, litigano e fanno un gran baccano. Cercare di metterle a tacere e far andare d’accordo La bambina lamentosa, L’adolescente inquieta con La perfettina, Il giudice e La contabile è praticamente impossibile. Toglie energie. Spossa.

“Sapevo che avrei dovuto nutrire la mia vita per tenerla in equilibrio: avevo bisogno di prestare più attenzione al corpo, di riprendere in mano i miei sogni e tornare a scrivere; dedicarmi di più e meglio alle persone care. Ma non avevo la forza. Andava via tutta nel tentativo di mantenermi sul filo della normalità. Lavorare, guadagnare lo stipendio, occuparmi almeno un minimo della casa. Poi basta, non potevo fare più niente, non restava un grammo di forza da spendere in altro. La mia vita si era ristretta alle dimensioni di un francobollo.”

La Rana Bollita è un diario/saggio delicato, chiaro, lucido e ironico. Marina riesce con estrema onestà e coraggio a raccontare la sua storia come solo una persona che vive questa malattia in prima persona potrebbe fare e ci rende consapevoli di ciò che potrebbe accadere sottovalutando i segnali che l’ansia invia costantemente.
Marina non fornisce nessuna formula magica o ricetta preconfezionata che promettono guarigioni miracolose ma, al contrario, ci dona la sua storia per comprendere che se soffrire di ansia, attacchi di panico e depressione non è per nessun motivo al mondo una colpa, la responsabilità di ascoltare ciò che succede davvero e a guardare in faccia ciò che fa paura è a nostra disposizione. Questa è denominata accettazione matura.

“Io intuisco con grande chiarezza che invece è tutto collegato. L’ansia, il dolore al collo, le difficoltà a digerire, i piedi ghiacciati, le vertigini, la tachicardia, fanno tutti parte di un unico quadro. Qualcosa si è scassato e bisogna trovare il modo, con pazienza, di rimettere a posto le cose. Ma questi medici non mi aiutano: ognuno guarda il suo particolare, ma il quadro complessivo non lo considera nessuno. Hanno tutti in mano la loro tessera, ma il puzzle lo devo ricostruire io.”

“Prendere atto di avere una personalità introversa è stata per me una grande presa di coscienza. Ora leggo certe mie stranezze in modo diverso, e cerco di non sentirmi in colpa. Per me andare a prendere l’aperitivo con i colleghi dopo otto ore di ufficio è una tortura, perché alla fine della giornata lavorativa ho un bisogno fortissimo di stare un po’ da sola. Mi piace stare a casa e non sento l’urgenza di riempire la mia vita di impegni. Passare una giornata al mare con un’amica è bellissimo se ogni tanto si può stare anche in silenzio. Un fine settimana a casa a leggere e a guardare la TV per me è un sogno, mentre una tavolata di venti persone a cena in un ristorante affollato somiglia alla mia idea di inferno. Per anni ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Cavoli, se i miei colleghi di lavoro non vedono l’ora di fiondarsi in un bel bar alle sette di sera per bere uno spritz in compagnia, mentre io desidero solo rifugiarmi in casa e mettere le pantofole, vorrà dire che non sono fatta bene? Che sono pigra? Che mi stanco facilmente? Che odio le persone? Sono domande che mi sono fatta molte volte prima di prendere atto che no, non sono pigra e non odio le persone. Ho solo bisogno di stare spesso sola perché la compagnia, per quanto gradevole, mi stanca.”

A mio parere però, Marina fa molto di più: La Rana Bollita ci aiuta a fare prevenzione. Ci aiuta a fermarci, a togliere il pilota automatico, a guardarci dentro nel profondo e a camminare accanto a lei, a tenerle la mano, a spronarla. E’ un enorme dono che ci ha messo tra le mani colmo di amore e compassione.
Posso solo provare ad immaginare, senza riuscirci, quanto deve essere stato difficile scrivere un libro con dentro così tanta sé stessa. Un po’ come sfilarsi l’anima e attaccarla a un foglio, là dove tutti la possono vedere.

Vi prego, non passate oltre. Lo legga chi si vede nella pentola insieme alla rana, chi ha accanto una persona cara che sta passando un periodo difficile denso di ansia e preoccupazioni e lo legga anche (e soprattutto) chi è certo di non averne bisogno.

“Prima di prendermi questa pausa dal lavoro, io sapevo perfettamente di avere bisogno di fare alcune cose. Riprendere a scrivere per esempio: è sempre stata la mia passione più autentica, e per molti anni mi sono rimproverata per non averla coltivata. Poi fare yoga, approfondire la meditazione, fare un po’ di sport, passeggiare nel verde. Sapevo che queste cose, assieme alla psicoterapia, mi potevano aiutare, ma non ero in condizioni di farle perché ormai ero completamente esaurita. Per questo dico che stavo facendo la fine della rana bollita. Un po’ alla volta, giorno dopo giorno, i sintomi d’ansia avevano minato la mia vita e io avevo accettato che fosse così. Avevo provato ad adattarmi alla nausea al mattino, al dolore al collo, alle tachicardie improvvise, agli attacchi di panico notturni. Ero dimagrita, spenta, triste, impaurita, ma più di tutto avevo finito le forze. Quando ho cominciato a capire che dovevo fare qualcosa perché la situazione stava precipitando, ormai era tardi: l’acqua era diventata davvero bollente e mi aveva tolto la capacità di reagire. Quando arrivi a quel punto non ti serve più sapere che fare movimento, o yoga, o meditazione possono migliorare la tua situazione, perché per mettersi a fare con costanza una qualsiasi di queste cose devi avere delle risorse da attivare. Ma se sei arrivato al fondo non le hai più.”

Tramite la comprensione, l’accettazione e la consapevolezza possiamo tutti contribuire nel nostro piccolo a fare in modo che qualche lucina positiva si sparga attorno a noi.
Proprio ieri leggevo che “Allenarsi alla piena consapevolezza significa prepararsi, giorno dopo giorno, costruendo il paracadute per il momento in cui dovremo saltare dall’aereo a cinquemila metri di altitudine. In piena tempesta, spesso non abbiamo più l’energia e le risorse per farlo.”

“Se ci pensi con mente lucida e sgombra da pregiudizi, ti rendi conto che il desiderio di essere felici e di sfuggire al dolore e alla sofferenza ci accomuna tutti su questo pianeta. Gli esseri umani tutti, e persino gli animali. E che le cose che ci uniscono a ben guardarci sono molte di più – e più stringenti – di quelle che ci dividono.”

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2 risposte a "La rana bollita"

  1. Daniela Biscontin 4 novembre 2017 / 9:47

    gentile Elisa io sono una rana bollita e la lettura del libro di Marina mi ha aiutato tantissimo e ti garantisco che in 20 anni d’ansia patologica ne ho letti tanti ma mai così incisivi.
    Mi complimento per la profondità e l’empatia della tua recensione, dalle tue parole si capisce che sei una persona speciale e mi unisco al tuo appello: chi sente un pò di scompiglio e stanchezza interiore, chi sa di avere la sindrome d’ansia, chi ha una persona vicina che ha questo tipo di disturbo lo legga. Farà un passo avanti.
    Marina aiuta molto anche con il suo My Way Blog dove pubblica articoli e risponde a chi le chiede aiuto o simpatia.
    Grazie ; )
    Daniela

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    • Elisa 4 novembre 2017 / 10:18

      Ciao Daniela!
      Ti ringrazio tanto per le tue parole e per il tuo commento. Sono d’accordo con te, il libro di Marina è speciale perché racconta il suo percorso in modo delicato e amorevole. È un grande dono che ha fatto a tutti noi.
      Grazie ancora, ti auguro una bella giornata!
      Elisa

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