Febbraio: Star bene in acque torbide

“Quel che importa è che ti importi,
Importa che tu senta.
Importa che tu noti.”
Roger Keyes, da Hokusai Says

Ho finito da poco di leggere un libro: Star bene in acque torbide di Ezra Bayda, che è la continuazione dei Essere Zen. Il primo e unico consiglio che mi sento di darvi è di leggero e rileggerlo. E’ uno di quei libri che apre il cuore, la mente e ti lascia un senso di pienezza e calore toccanti. Non c’è niente che io possa dire, nessuna parola che possa in qualche modo aggiungere qualcosa al libro.

Vorrei solo, in questo post, condividere con voi dei piccoli consigli pratici che ho trovato in un passaggio e che a mio parere possono essere di immediata attuazione anche per tutti quelli che non sanno niente di meditazione o zen.

Il capitolo in questione si intitola Le sveglie e c’è un punto nel quale l’autore sottolinea il dato di fatto che noi, tutti quanti, siamo addormentati per la maggior parte del tempo. Abbiamo inserito il pilota automatico e non prendiamo nemmeno in considerazione quanto può essere meccanico il nostro comportamento. Detto con parole sue “ci perdiamo praticamente in tutto quello che facciamo, praticamente in tutte le identità e le immagini di noi stessi che indossiamo”.
Detto ciò, cosa possiamo fare? Per prima cosa, ammetterlo. Ammettere la nostra mancanza di consapevolezza non per stare male o colpevolizzarci (di nuovo e come sempre), ma per vedere fino a che punto dormiamo mentre pensiamo di essere svegli.

Come possiamo essere risvegliati? Cosa ci consente di essere catapultati fuori da questo stato perenne di dormiveglia? Appunto, le cosiddette sveglie. Prima di tutto, le sveglie della vita. Sono veri e propri shock, cose che non ci piacciono e che dobbiamo imparare a ricevere: un lavoro che va male o che viene perso, il partner che ci lascia, la salute che viene meno, le persone che ci criticano duramente ecc ecc.

Ma ci sono altre sveglie che possiamo caricare e far suonare noi direttamente, per contrastare questo costante sonnambulismo. L’autore identifica 3 tipi di sveglie, che io cercherò di riassumere brevemente:

  1. La pausa nel tempo: sono dei segnali prestabiliti che possiamo usare per svegliarci, per tornare al presente durante il giorno. Queste pause possono essere di diverso tipo come ad esempio utilizzare il tempo del semaforo rosso, far squillare il cellulare almeno 3 volte prima di rispondere, girare il cucchiaino del caffè al bar consapevolmente, scrivere una frase importante per noi sul segnalibro, attaccare un quadro al muro che ci fa riflettere, uscire a portare la spazzatura ecc ecc.
    Le sveglie possono essere tantissime e presto ci accorgeremo che dovremo cambiarle, perché ci saremo abituati e non saranno più efficaci (ad esempio quante volte passiamo di fianco ad un quadro appeso al muro di casa nostra e non lo vediamo neanche?). E allora, semplicemente, facciamo andare la fantasia e troviamone di nuove.
    NB: Ma nella sostanza, cosa succede durante le pause? Niente. Non bisogna cercare di fare niente di speciale, come calmarsi o concentrarsi o essere pazienti (se ad esempio al semaforo si va di fretta). Semplicemente essere presenti a quello che c’è, ascoltare il respiro e notare dove siamo, presenti al momento presente. Semplicemente, essere lì.
  2. Il menu di pratiche: assegnarsi una pratica diversa per ogni giorno della settimana e farla dal momento in cui ci si sveglia al momento in cui si va a dormire. Una per ogni giorno. Ad esempio: astenersi dal lamentarsi, astenersi dall’esprimere le emozioni negative, dire di sì alla paura, dire di sì all’ansia, alla rabbia, dire di sì a quel senso di inadeguatezza che sentiamo e così via. L’autore suggerisce anche che si potrebbe porre l’attenzione durante una giornata alla domanda “sono qui?”, ripetendola ogni volta che ci risulta possibile.
    NB: Il punto cruciale è però questo: essendo umani, è ovvio che durante la giornata avremo paura, sorgeranno emozioni negative, saremo ansiosi, a tratti anche esasperati. L’aspetto fondamentale è che non bisogna reprimere nulla di ciò che sorge e non dobbiamo modificare il nostro comportamento. Bisogna solo portare l’attenzione sulle emozioni quando le sentiamo e scegliamo consapevolmente di non alimentarle o spiegarle o giustificarle. Semplicemente, diciamo sì a ciò che sorge e stiamoci.
  3. L‘uso dei compiti: “piccoli sforzi che ci portano contro la corrente delle tendenze meccaniche, in particolare le tendenze al conforto e alla protezione”. I compiti hanno una duplice funzione:
    Fare qualcosa che va contro la nostra particolare immagine di noi stessi e guardare quello che normalmente non vogliamo vedere. NB: Lo scopo non è non è quello di cambiare il nostro comportamento o diventare bravi in qualcosa, ma di esporci a una situazione da cui solitamente ci tiriamo indietro per paura. Ad esempio potremmo stabilire che per un certo periodo non leggeremo mentre mangiamo, non mangeremo dolci, non guarderemo la tv, possiamo decidere di parlare in pubblico o di non parlare in pubblico, di lanciarci nel ballo anche se non siamo bravi ballerini. Potremmo decidere che parleremo alla persona seduta accanto a noi sull’aereo o sul treno oppure che non parleremo proprio. Ecc ecc.
    Fare cose nuove per risvegliare i sensi, la presenza, per portarci in situazioni nuove o estranee. Non per divertimento o per piacere, ma perché ci aiutino a svegliarci. Fare una piccola cosa nuova ogni settimana.

Tutto ciò, ovviamente, necessita perseveranza. Dobbiamo comprendere che non è possibile svegliarci solo perché lo vogliamo, infatti il nostro condizionamento meccanico è fortissimo.

Concludo con un passaggio dell’autore:

“In un certo senso, diventiamo bravi nelle cose in cui ci esercitiamo, e per tutta la vita ci siamo esercitati a fare un dramma di cose che non contano nulla. Ora abbiamo la possibilità di fare qualcos’altro: lavorare con il dramma quando è necessario, certo, ma senza perderci in questo aspetto della pratica. Invece, possiamo coltivare la curiosità per l’ignoto, possiamo aprirci ad assaporare la vastità e non perdere di vista il quadro più vasto. Qual è il quadro più vasto? È guardare attraverso il buco dello steccato senza il filtro dei nostri giudizi e condizionamenti, è poter vedere quello che c’è: la meraviglia del mondo.
Nello zen si parla di un uccellino che si posa sulla nostra spalla e ci chiede: “E’ oggi che morirai?”. Non è un uccello tetro o non pone questa domanda in modo drammatico. Così lievemente, ci dice che vivere la vita autentica è vivere. Ci ricorda di essere gentili nella pratica, di essere gentili nella vita. In questi momenti, l’aspetto incondizionato dell’Essere può fluire naturalmente in questo corpo condizionato, senza esserne impedito dalla severità della mente che giudica senza posa. Questo uccellino ci porta un messaggio che dobbiamo ascoltare più e più volte: “Il tempo fugge. Non rinunciare. Apprezza questa vita preziosa.”

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Il settimo giorno

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<Forse non crede così tanto in te> sospira Kip. <Agli occhi degli altri umani sei solo un pazzo. Credimi, io lo so bene! Ho visto così tante anime speciali essere tacciate di stregoneria quando invece non volevano che fare del bene. Ma gli umani sono così, sempre pronti ad additare l’oscurità, quello che non conoscono.>

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La rana bollita

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“Circola una storiella curiosa sulle rane. Si dice che se ne butti una dentro una pentola d’acqua bollente, d’istinto schizzerà fuori con una zampata per salvarsi la vita. La stessa rana però finirà bollita se la metti in una pentola con l’acqua appena tiepida e la fiamma bassa. All’inizio il tepore sarà addirittura confortevole, ma poi, mano a mano che l’acqua si scalderà, la rana cercherà di adattarsi e si renderà conto del pericolo solo troppo tardi. La temperatura l’avrà resa troppo debole per saltare fuori dalla pentola e, poverella, finirà bollita. Probabilmente si tratta solo di una storiella, tuttavia è una metafora efficace di come talvolta possiamo sopportare situazioni spiacevoli, un giorno dopo l’altro, raccontandoci che in fondo non stiamo poi così male, fino al giorno in cui ci troviamo così stanchi nel corpo e nello spirito da non avere più la forza di reagire.”

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Ottobre: Walk With Me

Un bagno di consapevolezza

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Non fare della tua mente un campo di battaglia, non dichiarare guerra. Tutto ciò che provi (gioia, dolore, ira, odio) è parte di te. L’opposizione tra buono e cattivo è spesso raffigurata con la lotta tra luce e tenebre, ma se guardiamo in modo diverso, vedremo che, anche quando la luce splende le tenebre, non scompaiono. Invece di venire cacciate, si fondono con la luce. Diventano luce.
Thich Nhat Hanh

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Da sola: Il viaggio che non volevo fare

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“Ancora una volta, non penso a niente di particolare, semplicemente prendo atto del mio sentire e lascio che il mio corpo reagisca ad esso. Mi dice di stare seduta lì, sentire quello che sento – il vento caldo, la luce, il vociare delle persone e il vuoto dentro di me – e buttarlo fuori dagli occhi.
Due unici rivoletti si fanno strada dalle mie guance fino al mento, da dove gocciolano sui miei pantaloni con su gli elefanti. Non mi curo di chi possa vedermi, in quel momento siamo soli, io e il Taj.”

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Settembre: BookCrossing

Come dare seconda vita ai libri e liberarli

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“Un libro non solo è un amico, ma vi trova nuovi amici. Possedendo un libro con la mente e con lo spirito ci si arricchisce, ma quando lo si passa a qualcun altro si triplica la propria ricchezza”.
(Henry Miller I libri della mia vita -1969)

Come tema per il mese di Settembre ho deciso di parlare di un fenomeno che anche in Italia sta suscitando sempre maggiore interesse e sta avendo successo: il BookCrossing.
L’ho scoperto da poco anche io, ma l’idea di fondo mi sembra tanto semplice quanto geniale.

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